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Un'assemblea a Nova Cana
Prefazione
Prefazione
conseguenza logica, al primato della fede sulla ragione. Lo scienziato ha cominciato ad utilizzare le sue conoscenze in una logica stringente per arrivare a dire che è vero solo ciò che tocchi, l’altro in maniera altrettanto assolutistica si impegnava a dimostrare quanto effimeri siano i sensi. Ho trovato orribile questa contesa, in quanto lo scenziato negando la dimensione della fede non si è accorto che toglieva alla scienza lo spazio necessario per continuare la sua ricerca. Cosa fa infatti lo scenziato se non credere in un’ulteriorità rispetto a ciò che verifica e sperimenta? Come può ricercare lo scenziato se non si dà uno spazio di ulteriorità rispetto a ciò che già conosce? E l’altro, affermando l’assoluto valore della fede per difendere un Dio creatore dell’universo e dell’uomo, toglieva all’uomo il valore dell’incarnazione, l’uso della ragione come qualità peculiare della propria umanità, l’unica che può fare della fede qualcosa di umano e non qualcosa di magico.
Il fatto di trovarmi nel 2006 ad assistere a questo spettacolo degno di Galileo e Ballarmino, mi ha dato il coraggio di rischiare a divulgare la mia proposta di un diverso approccio alla scoperta dello studio della materia e del corpo umano. Il rischio che affronto è di doppia natura: quello di essere sbeffeggiata per l’insufficienza del linguaggio e per la stranezza della proposta che esprimo, e quello ben più grave di perdere un’occasione di uscire da questa contrapposizione tra scienza e fede, proprio per questa carenza di linguaggio e di conoscenza specifica.
La fede senza la ragione riporta l’uomo nella magia e la scienza senza la fede non ha lo spazio ulteriore necessario alla ricerca, né gli permette di crearsi un mondo a propria immagine e somiglianza.
“L’atto di fede, che riguarda soprattutto la scelta di essere come desideriamo e vogliamo essere, qualifica la specificità della ragione e ci consente di immaginare come razionalmente possibile quello che ancora non c’è. […] Nella scelta, ragione e fede non sono in contrapposizione perché grazie all’atto creativo della fede si supera la soglia oltre la quale l’uomo può cominciare a costruirsi infinito in modo concreto, cioè razionale.”
Il battibecco a cui ho fortunosamente assistito a Genova può essere considerato una rappresentazione tragicomica di ciò che sta accadendo ad un livello più alto nel mondo della ricerca scientifica nel quale si sta verificando una radicalizazione delle posizioni creazioniste ed evoluzioniste. Questi due aspetti rischiano non solo di frenare la ricerca ma addirittura di mettere in discussione il valore della scienza nel suo metodo e nelle sue conquiste che hanno permesso alla civiltà umana di raggiungere l’attuale qualità della vita.
Questo arretramento, le cui punte più evidenti ed esasperate sono rappresentate dal mondo della scienza e della religione, si sta estendendo ad altri campi, per esempio a quello della politica come dimostra il riprendere dei movimenti nazionalisti e campanilisti in Europa e come dimostrano le guerre etniche-tribali in piena Europa che hanno scatenato una violenza che si pensava superata dopo le mostruosità della Seconda Guerra Mondiale. Ancor più si sta estendendo a quello della cultura dove l’uomo sta reagendo ai cambiamenti climatici in atto non da sovrano che ha cura del suo regno, ma da sottoposto pieno di paura di essere sopraffatto. E’ un ritorno alla paura primordiale delle reazioni del mondo naturale da cui ci aveva liberato già S. Francesco restituendo all’uomo un mondo fatto per lui e quel gusto per la vita che ci aveva fatto uscire dal medioevo e aveva dato inizio all’età moderna.
Questa mia proposta di un nuovo approccio alla ricerca scientifica, alla conoscenza della complessità della natura, non ha velleità scientifiche ma vuole solo suggerire ai ricercatori di mettere per un momento da parte il metodo esasperatamente specialistico e porre il loro sguardo in posizione che consenta un punto di vista un po’ più ampio, ricordandosi che il senso della loro ricerca è l’uomo. Conoscere e capire l’uomo per aiutarlo a vivere la vita nella sua pienezza, con sempre meno sofferenza e fatica, è il fine della ricerca scientifica.
Ogni linguaggio e ogni campo di conoscenza nasce dall’uomo per esprimere le infinite possibilità della natura umana e trova senso quando, attraverso la scoperta scientifica, acquisisce la consapevolezza e l’esperienza di questa possibilità che ciascuna persona è per se e per gli altri. La specializzazione è necessaria per arrivare all’applicazione delle scoperte, ma deve essere sempre relazionalta al senso della ricerca e questo senso è la qualità della vita del singolo e della comunità umana. Se non ha questo momento di verifica, la scienza si perde nelle sue infinite possibilità di sviluppo. La mente può ipotizzare qualunque cosa, anche l’autodistruzione.
Una piccola riflessione: sia l’idea evoluzionista che quella creazionista per sostenersi hanno bisogno entrambe dello stesso atto di fede. La prima perché ad oggi non ci sono strumenti che permettano di conoscere scientificamente l’origine dell’universo, la seconda perché per definizione Dio è indimostrabile. Questo atto di fede è credere nell’uomo, nella sua natura capace di dare alla vita il suo senso di pienezza e felicità. Come diceva Pascal: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”.

Grazia Baroni
Al Festival della scienza di Genova dell’autunno del 2006 mi è capitato di assistere ad un dibattito tra uno scienziato, dichiaratamente ateo, a difesa della sua serietà professionale di scienziato, ed un professore dichiaratamente cristiano cattolico, molto probabilmente appartenente al movimento di Comunione e Liberazione. Questi due signori, anche grazie alla mia condizione di cieca, mi hanno catapultato inaspettatamente ad assistere a qualcosa che ritenevo sorpassato da secoli, la contrapposizione tra fede e ragione. Il primo caparbiamente cercava di dimostrare con logica scientifico-matematica l’inutilità o peggio ancora la falsità della fede come elemento che tradisce la ragione umana, l’altro altrettanto caparbiamente dimostrava l’inconsistenza della scienza di fronte alla grandiosità della creazione e, come
Grazia Baroni
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